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SPIAGGIA “LIBERA”

Della spiaggia “libera” mi piace l'aggettivo che la connota, lo considero un ossimoro di realtà. 

Sulla spiaggia libera ci sono accampamenti nomadi dove si serve dall'aperitivo all'amaro a più di metà dei rami del proprio albero genealogico, si vive una vita estiva sotto intricati sviluppi di teli e ombrelloni sfida d'ingegneria ai capricci del vento, ai morsi del sole.

Da dove sono ora , da qui, sono  arlecchini di un carnevale fuori tempo massimo, quelle precarie costruzioni stanno a giusto contrappunto degli ombrelloni tutti dello stesso colore e dei lettini a distanza calcolata, distanza che si paga con euro a prezzi di alta stagione, appoggiati sul lido attrezzato dove si posano i piedi su sabbia pettinata di fresco ogni giorno.

Da qui, da dove sono ora, si vede tutto un miscuglio di donne rese informi dall'abuso del carboidrato e di melanzane fritte, lì si fumano MS Slim, Diana rosse , si leggono settimanali Gente, Novella 2000  o qualcuna delle 100  sfumature, grigie, rosse o nere, 

Da qui, da dove sono ora, si vedono cinquantenni, quarantenni, trentenni cariche di silicone bio compatibile, eco sostenibile,  lì fumano Marlboro light, leggono Vanity Fair sporadicamente  Margaret Mazzantini, abusano di Isabel Allende, da qui è un miscuglio che anche invertendo l'ordine degli addendi, dei libri, dei settimanali e delle sigarette il risultato non cambia.

 

Culi modellati dalla noia, dal gag, dallo step, dall’acquagym, dalla zumba, dalla cyclette che oggi si chiama spinning, si mischiano a maschi o meglio a bicipiti, pettorali gonfiati, pance piatte, appiattite dagli abbonamenti in palestra o i ventri gonfi rotoli abbondanti che l’abbonamento l’hanno pagato solo a Sky.

Adolescenti con troppa voglia di crescere troppo in fretta e troppe voglie trattenute a stento dai costumi, gente più grande che sogna le stesse voglie, perché la voglia di invecchiare in fondo non c’è l’ha nessuno.

Microcosmi sotto gli ombrelloni, distanze siderali interconnesse con la rete, qualcuno entra a mare valutando bene la distanza dalla riva, cercando sempre, anche in acqua la terra sotto i piedi.

Io, granello spettinato di quella sabbia, di quella spiaggia “libera” cercando di tener fede all’aggettivo, spingo il fiato in corpo e due bracciate ancora e un altra  subito dopo, fino ad essere sicuro di esserne a doverosa distanza, sicuro di non toccare nessuna parvenza di terra.

Ora sono qui, dove lo spazio del mio corpo deve scendere a patti con l'acqua, 

sono quì oltre la boa, limite di allarme per il bagnino della spiaggia attrezzata posto a guardia delle giuste misure, tra ombrelloni, bagnanti e mare.

Oltre la boa brucia il fiato, l'acido avvisa i muscoli.

Sono quì, guardato a vista dal bagnino che vigila sulla mia silenziosa ribellione sul mio attaccamento all’aggettivo.

Sono guardato a vista dall’indolenza del “Lifeguard” (connotazione internazionale, che chi paga euro per lettino e ombrellone, gradisce) che che non vorrebbe dover rendere utile il suo pedalo rosso con la scritta slavata dal tempo e non dall’uso: "salvataggio".

Personalmente non odio la sabbia, non odio i bagnini i bagnanti e le boe, ne cerco solo la giusta distanza, cerco di tener fede agli aggettivi, mi piace l’aggettivo “libera”.

Cerco la giusta distanza, la cerco nei muscoli chiedendo loro uno sforzo ancora, una bracciata ancora, che non mi pare abbastanza la distanza dalla sabbia, che alla sabbia, alla spiaggia che chiamano “libera” lo so dovrò tornare ma non ora.

In mezzo all’acqua uno il proprio spazio se lo deve trovare e la distanza posta tra te e la terra è coraggio o pura incoscienza qui l’azzurro è privo di ossimori e alla spiaggia “libera”  o meno, ci dovrò tornare ma non ora. 

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