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LE MANI

Ha occhi veloci mio padre, veloci occhi abituati a seguire il pezzo che gira nel mandrino del tornio a controllo numerico.

Ha mani tozze e forti mio padre, mani che conoscono il peso del martello, mani con tante cicatrici, regali del lavoro.

Ha occhi, mio padre, che si sanno spalancare per rabbia e per stupore.

Il giorno di Pasqua, quando si mangiano uova sode, salame, pizza lievitata al formaggio e a pranzo, in quei pranzi che finiscono quando comincia la cena, in quei pranzi quando l’agnellino da latte viene sacrificato per la gioia dei palati (destino crudele secondo qualcuno nascere ed essere destinati a finire servito in compagnia delle patate arrosto) in quei pranzi danzano le sue mani tozze e precise.

Natale in casa con lui non è mai stato solo 25 dicembre, erano le passeggiate avvolti nei cappotti a guardare le vetrine del centro, io ero affascinato dalle gastronomie e dalle belle signore che indicavano con il dito ingioiellato le prelibatezze da farsi incartare.

I suoi occhi si stupivano a vedermi carico della curiosità felice dei bambini.

Lo stesso giro quasi per tradizione, o perchè volevo passare davanti a quella vetrina, era di quelle vecchie, in ferro, dipinta di rosso e sempre tirata a lucido a dispetto degli anni. 

 

Ricordo i pomeriggi  nella ricerca dei regali nascosti, era quel periodo in cui babbo Natale inizia prendere sembianze meno mitiche , ma la gioia della caccia ben sostituiva il mito, mani che scuotono delicatamente i pacchetti colorati per cercare inutilmente di svelarne il contenuto.

I giorni prima della vigilia già si cominciava a preparare il pranzo, la spesa al supermercato spinti e strattonati in fila alla gastronomia popolare, per concedersi il lusso del salmone affumicato, e delle uova di lompo.

Ho memorizzato fin da allora la scritta dietro quelle piccole confezioni :

”succedaneo del caviale”.

 

Occhi che scrutavano il miglior taglio di agnello, e mani che delicatamente riponevano con minuzia scrupolosa i pacchi nel carrello con una logica precisa in base alla fragilità della merce. 

Delicatezza e precisione di quelle mani erano uno spettacolo a cui assistevo in ginocchio sulla sedia con i gomiti sul tavolo, senza perdermi un movimento mentre si piegavano i cappelletti per il pranzo.

Sulla tavola vedere quelle dita che pattinavano con arte tra la farina, piegavano, tiravano, tagliavano la pasta in piccole forme precise e ben disposte, ballerini pronti ad entrare in scena, poi via con il ripieno stessa dose precisa ogni volta, via si piega, si chiude, si rigira con velocità incredibile, tutto a ritmo di una musica solo immaginata.

Si riempie la vecchia asse di legno, un leggero velo di farina uno straccio e via, farli riposare al buio sul letto della camera, mentre il brodo già bolle per il giorno dopo.

Pare strano a dirlo ma io non conosco l’età di mio padre e un dettaglio trascurabile, non ho mai pensato che l’amore si possa misurare in tempo, minuti, ore, anni, quindi

mi sono trovato a volte a chiedermi, se quelle mani fossero state anche mani di schiavo, di guerrigliero, di contadino, mi sono trovato a chiedermi cosa facevano, quando uccisero Kennedy, durante Woodstock, se tremavano almeno un poco, quando hanno per la prima volta sfiorato la pelle di mia madre, quando tutti gli occhi erano a divorare televisori mentre Neil Armstrong posava il suo piede così in alto sopra le nostre teste, sopra la polvere che ricopre la luna.

Quell'impronta che io provato da piccolo più volte a ripetere, quando calzando i miei Moon Boot alle gite sulla neve della parrocchia, o in mezzo ai campi dietro casa, d'inverno, quando cercavo di  essere la prima persona a violare il manto brillante è silenzioso appena caduto.

Quel primo passo, dove nessuno era ancora passato, aveva un che di sacro, il sacro di cui rivestiamo tutte le nostre prime volte.

In fondo io e mio padre siamo fatti della stessa materia, delle stessa ossa, della stessa carne, impastata dallo stesso sangue, siamo esposti alle intemperie e al gelo della nebbia, e al sole di Agosto.

A volte ripenso a quanto, da piccolo, mi sentivo sicuro ad attraversare la strada, quando quella mano avvolgeva la mia, avvolto da quella cura, tenuto forte, mi sentivo un tesoro prezioso.

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