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MOMO

Momo non parla, solo si tocca il petto quando dice il suo nome.

Momo tutte le mattine parcheggia la sua vecchia Zastava 101 ex rossa, perché ormai non si può più dire che abbia un vero e proprio colore, visto i numerosi stati di tempo che si sono posati sulla carrozzeria.

Momo non parla da quando è tornato dalla guerra, ma non gli serve parlare  per trovare un posto alla sua vecchia Zastava, anche se deve parcheggiare in fondo a Ulika Mihailova dalla parte del parte del parco, dove il passaggio dei turisti è garantito. 

O forse parcheggia lì, vicino al museo della guerra, perché è sicuro che le armi che sono esposte a cielo aperto nel bel mezzo del parco Kalemegdan adesso come lui, stanno in silenzio, non urlano più.

Nei negozi lungo la via trovi di tutto, pezzi di nostalgia in mezzo a bicchieri sbeccati, icone dipinte male, vecchi servizi con tazzine e Cevze per preparare il caffe turco, orologi da polso Vostok, Poljot, Slav, che forse non hanno mai funzionato neanche quando erano nuovi.

Momo non parla e non vende paccottaglia non gli serve parlare e neanche avere un negozio. 

Su una tavola di polistirolo avvolta in un telo, sono appuntare ordinatamente le sue spille, tutte diverse e tutte con una storia.

Quella del compagno Lenin, quella dei giochi olimpici di Mosca, quella che ricorda l’eroica impresa di Anatolj Grishcenko a Chernobyl, quella commemorativa del lancio dello Sputnik.

Momo non parla, ma cerca una ad una le sue spille, non gli serve collezionare quei piccoli pezzi di metallo, solo farsi raccontare la loro storia.

Momo non ha un listino prezzi,  solo sorride e alza  l’indice o l’indice e il medio per indicare il prezzo della sua merce, espresso non in moneta corrente serba, ma in valuta europea.

Momo non parla, ma io sarei curioso di farmi raccontare la sua storia.

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