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IL CORSO DI FOTOGRAFIA

Mi hanno chiesto di tenere un corso di fotografia on line, non penso di poterci riuscire al massimo potrei parlare dell’attrezzatura che uso.

La mia è una macchina fotografica che incomincia ad avere una certa età ma ancora mi piace per via di come sa ascoltare la luce.

 

Sulla ghiera dei tempi: il tempo del primo bacio dato con la fantasia a Jenny la Rossa, il tempo passato contando appoggiato contro un muro giocando a nascondino nel cortile del palazzo. 

Il tempo che ci mettevo da casa a correre su, fin la bottega di Blando e poi al bar per comprare le Alfa senza filtro alla nonna. 

Il  tempo impiegato per il viaggio di ritorno dalla Danimarca, via treno, con un biglietto falso delle ferrovie Bulgare.

Il tempo di un’altro bacio, quasi rubato, su una panda rossa la notte del 22 marzo 1996, esattamente il giorno dopo aver trovato l’imbarco su una nave cargo con la prua puntata alla Polinesia Francese.

 

Tra la ghiera dei diaframmi è rimasto un pezzo della luce del lago Atitlan e lo smog di Guatemala city, il segno della prima volta che sono stato a Cuba  e non ho avuto il coraggio di portare la macchina fotografica. 

 

La mia macchina quando si accende mi ripete un mantra: 

Impara cosa non fare prima d’iniziare a fare, ascolta prima di guardare, guarda prima di vedere, senti prima di scattare, ma io sono duro d’orecchie e quando non l’ascolto spreco solo batterie. 

L’otturatore ha visto lo spavento della guerra, le croci di Srebrenica, le cicatrici di Sarajevo  la nuova vita del ponte di Mostar, Belgrado, Londra, Barcellona, Budapest, Praga, New York, Vienna, Berlino, la statua della Madonna di Međugorje e un sacco di altri posti che tengo nascosti nell’armadio.

Ha ascoltato storie di pastori, voci di pesci, l’urlo della periferia, attori recitare, chitarre accordarsi, cavalli correre, gente esultare, Jazz, contrabbandieri di città, l’acqua del Gange e quella dei mulini dell’Olona, la sabbia del deserto, l’urlo del mio corpo nudo.

 

Nessun programma definito, i miei errori me li scelgo da solo o sono loro a scegliere me.

Nella borsa tra un taccuino giallo a righe e una Jotter Parker, si nascondono suoni: My babe dei Foghat, un assolo di Charlie Parker, musica Klezmer, un’aeroplano a vela, la domenica delle salme e chili di altre canzoni.

La pellicola che uso è fatta, in parte, con il profumo delle sere di maggio e delle notti d’amore, con carta di libri di Hemingway, alogenuri mischiati a racconti di Kerouac e  di Palahniuk e di molti altri ancora.

Vi confesso che il bianco e nero ancora non mi soddisfa è fatto d’invidia, stupore e ammirazione per le storie Paolo Pellegrin e del tempo che Bazan ha passato a Cuba.

Non è giusto rubare la vita degli altri ad ognuno spetta il peso della propria.

Se preferite però, potremmo parlare di pixel.

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