MILK MOONSHINERS

 

 

Ho lasciato che qualcuno guardasse il mondo al mio posto, prima di guardarlo attraverso il vetro appannato della mia impazienza, solo poi mi sono lasciato guardare.

Ho visto l’acqua e la terra trasformata in campo.

Tre cose vuole il campo, buon lavoratore, buon seme, buon tempo.

 

Guardavo il cane bere da una pozzanghera, pensai di fare la stessa cosa e mi chinai. Mettere  le mani nell'acqua torbida scoprii essere una bella cosa. 

Ci vidi riflesse le nuvole, i rami spogli e la luce d'autunno che circondava il mio viso. Specchiandomi non avevo niente del muso di un cane eppure supponevo fosse cosa buona e giusta dissetarmi in ugual modo.

 

Stavo per pucciare la lingua quando la mano più grande del mondo mi acchiappò, mi fece volare a terra. 

Mi sono sbilanciato, pensai, appena vidi l'uomo, il volto intero era una galassia di fatica, i suoi occhi sembravano non aver ricevuto tristezza.

Era gentile, lo ringraziai. 

 

Il cane tentava di darmi delle leccate qua e là sulle guance. 

L'uomo mi salutò e tornò a spalare sterco. 

Sentii il fischio arrivare da qualche parte nel cielo, il cane schizzò via. 

Gli corsi dietro curioso, lo trovai che mangiava ingordo da una vecchia ciotola, rossa, fumante. 

La signora sostava di fianco con un secchio blu dal manico giallo, anch'esso datato, 

mi salutò con la mano libera.

Feci un cenno anche io. 

I suoi capelli si fondevano con  la nebbia. 

Il ruggito della motosega mi scosse, mani forti e sporche, una salopette, un cappellino logoro più buffo che bello.

Vidi l’uomo e lo immaginai bambino giocando a guardare le lumache dopo la pioggia e il sole attraverso le loro antenne, guardare negli occhi le mucche, una ad una pazientemente, con il naso all’insù aspettare Babbo natale o i raggi di luce dal tetto della stalla, che sarebbero arrivati portando tepore.

 

Si grattò la barba ispezionando qualche vago indizio intorno al suo perimetro per farne forse una riflessione utile, si tolse il cappello per asciugarsi la fronte con la manica del maglione.

Puntò la forca nel fieno e ne raccolse una consistente quantità, di nuovo puntò la forca nel fieno, così per un numero indefinito di altre volte, poi di nuovo la forca nel fieno interruppe il ciclo con smorfia, incrociando il mio sguardo curioso. 

 

Si tolse ancora il cappello, stavolta agitandolo nell'aria, per rinfrescarlo. 

Mi indicò il trattore trattore, chiesi solo: quando? Ora, disse.

 

Assaporai il pomeriggio e tutto l'odore della terra.

Da sopra il trattore fino alla fine del cielo fotografavo con gli occhi. 

Il tramonto preparava lenzuola pulite per la notte. 

Il cane stava con le zampe incrociate e un dente esposto sul labbro disidratato, un dente giallo. 

Per la prima volta dopo, molto tempo non voglevo andare da nessun’altra parte, me ne stavo accorgendo senza fretta alcuna. 

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