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TOM

 

Una e un quarto…

un quarto d'ora, un quarto di bue, la nota di un quarto, un quarto di vita, un quarto posto nella classifica, al quarto piano sulla destra, un palazzo antico, quella del quarto piano era la vecchia signora che guardava sempre dalla finestra, ogni quarto d'ora passava là sotto il quarto battaglione e tutta la fanteria e al quarto rintocco delle campane usciva dal portico il frate con la croce del quarto secolo, si incrociavano appena il frate e la ragazza del quarto anno, quella con i capelli neri neri, correva fin sù dalle scale e scavalcava il più piccolo, il quarto dei fratelli che giocavano a palla nella piazzetta, intanto la vecchia del quarto piano rientrava ciondolando e beveva il quarto caffè, il quartetto d'archi, attaccava con l'adagio di Mozart e finiva con la quarta di Handel, sempre lo stesso programma da un quarto di secolo... una e cinquanta...

 

Quando aspettava, Tom fantasticava un po’ su tutto, in realtà era la sua mente a funzionare in ritmica, non poteva farci niente, all’improvviso nella sua vita si era insinuato questo tarlo, più o meno il cervello di Tom non poteva prescindere dal misurare tutto e portarlo alla stessa velocità dei battiti del cuore, così tutta la sua vita finiva per dipendere inscindibilmente dal suo umore: se era triste lo vedevi incedere a rallentatore, frapponendo continue pause tra un’azione e l’altra, quando era felice invece tutto il suo corpo riprendeva a muoversi allampanato ed in evoluzione, mosso dal ritmo delle sue stesse emozioni.

 

Non fu difficile prevedere che con tutti quei sali e scendi, crome e semicrome,  il suo cuore sarebbe finito coll’impazzire ammalandosi davvero, così, un giorno lo trovarono riverso a terra abbracciato al basso e con la bava alla bocca. 

I medici dissero che si era trattato di una sincope, chi lo conosceva trovò questa diagnosi molto poetica e condivisero tutti il pensiero che certo era meglio  di una colica renale. 

Dopo il ricovero gli fu ordinato un periodo di assoluto riposo, quel ragazzo aveva Stravinsky nel petto e le coreografie di Béjart a ballarci intorno, non era facile tenerlo fermo.

Amava quando si spegnevano le luci e nell’oscurità diventava invisibile, perché allora solo la musica conservava una forma diventando essenziale.

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